Giovedi 23 Novembre 2017
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Palazzo Comitini   versione testuale
Via Maqueda, 100 - 90133 PALERMO

Palazzo Comitini
Di Giovanni Bonanno
 
Sorge nel cuore della città, Palazzo Comitini, vicino alla Fontana Pretoria e al Teatro del sole, che segnano la rinascita urbanistica di Palermo. Nobile nella forma, sembra dominare via Maqueda, su cui si affaccia con un prospetto tardobarocco, mosso da aggettanti colonne e lesene, balconi e cornici. Architettura che afferma ragioni sociali e politiche nel tracciato viario della Palermo settecentesca prima, del Novecento poi. Due tempi nei quali l’edificio offre di sé il volto primigenio e quello rinnovato.
La costruzione, voluta da Michele Gravina y Cruillas, principe di Comitini, si pone tra il 1768 e 1771. Risponde al principio di consolidamento di una famiglia la cui storia ha radici in Rollone, duca di Normandia, e sottolinea l’idea di appartenenza e di governo. I Gravina, pars magna dell’olimpo di Sicilia, si affermano alla corte di Martino I nel secolo XIV, avendo come capostipite Giacomo di Bitonto, dal quale derivano sette famiglie. Queste, simili e differenti, generano capitani, giustizieri, prelati, ambasciatori, grandi di Spagna, pretori, geni dell’arte e della follia. Appartengono alla storia don Francesco, ideatore della Villa dei mostri a Bagheria che intriga Goethe, Brydone, Houel; don Francesco Paolo che per i poveri crea il Real Albergo di Palermo; il cardinale Pietro, sottile tessitore politico; l’ammiraglio Federico, vinto a Trafalgar da Nelson; don Michele pretore della capitale e deputato del regno. Il loro blasone, che all’interno si tesse di bande d’oro e a scacchi in campo azzurro con stella d’argento, è contrassegnato dal motto «Spero», rievocante quello dei Tomasi di Lampedusa «Spes mea in Deo est». Che non indica l’attesa, bensì la fiducia nell’intelligenza operativa.
Autore del palazzo sulla “strada nuova” è Nicolò Palma, architetto del senato e nipote di Andrea, che firma il progetto di Villa Giulia. Il Palma, conscio del processo di inurbazione della classe patrizia, di cui nelle adiacenze sono testimonianza le dimore dei Mazzarino, Santa Croce-Sant’Elia, Cutò, Filangeri, Benenati, Belvedere, tende a rappresentare nell’intera articolazione il ruolo dei suoi committenti, legati al sogno della magnificenza più che alla ragione del secolo dei lumi. Ingloba in un disegno moderno diverse strutture originarie, rispondenti alle abitazioni dei Gravina di Palagonia, dei Roccafiorita Bonanno e al forno dei Micciari. Acquisisce chiara unità il palazzo che si raccorda attorno a un cortile allungato in grado di congiungere le spazialità cinquecentesca e barocca, dischiudendosi alla vista sin dall’ ingresso di via Maqueda. Solenne è il portale fra due colonne granitiche cui si abbina, sulla destra, un altro portale di dimensioni quasi uguali.
 
Il prospetto
L’insieme prospettico è misurato, scandito da un primo piano e dal piano nobile, adorno di inferriate a petto d’oca, percorso da ondeggianti masse d’ombra.
A distanza di centocinquanta anni l’edificio di Nicolò Palma subisce un riordino per volontà del nuovo proprietario, l’Amministrazione provinciale. È il 1931. Palazzo Comitini diviene monumentale con l’aggiunta di un piano “in stile”, marcato da paraste che si slanciano a dismisura e da una cornice d’attico otticamente irraggiungibile. Di conseguenza l’intero prospetto si appiattisce variando fisionomia oltre che nel piano ultimo anche nel piano terra, i cui nove ingressi si tramutano in finestre di gusto rinascimentale. Nonostante ciò il palazzo dei principi riesce a mantenere dignità di immagine nella rimodulazione dei rapporti volumetrici ed estetici. Mostra rigore d’accademia, essendo concepito e restaurato secondo l’idea barocca di alcuni palazzi palermitani. Lo storico Gemma Salvo Barcellona sottolinea la validità della trasformazione evidenziando fra l’altro: «Il piano nobile, dominando su tutto il complesso architettonico, mantiene lo spirito del palazzo nobiliare settecentesco [...]. Il realizzatore del secondo piano di palazzo Comitini ha tenuto conto dei privilegi di casta, ne ha mantenuto la visione nel ripetere i motivi di decorazione del piano nobile, privati però della loro imponenza».
Chiuso fra via Maqueda e vicolo Comitini, vicolo Sant’Orsola e via del Bosco, rivela una struttura serrata e la disposizione originaria con le sale di rappresentanza lungo il fianco sinistro, prospicenti la medievale via del Bosco. Indicativa è la collocazione del salone degli specchi all’angolo con la stessa strada, che testimonia il raccordo fra l’impianto antico e moderno.
 
L’interno
Oltre il portale, incastonato fra due colonne di billiemi, il profondo fornice immette nel cortile diviso da possente e aereo loggiato che doppie colonne sorreggono. Spazio volteggiante dove risuona il mormorio di una fontana di pietra, posta sulla destra, sulla quale idealmente siede Diana, la cacciatrice, in un affresco che fonde il Settecento architettonico e paesaggistico.
Il punto di fuga è lo scalone d’onore, scenografico nella struttura, liberty nella vetrata e nei merletti di ferro. Ai suoi lati due lapidi recitano i tempi della fondazione, 1771, e della rifondazione, 1931.
A destra del coronamento dell’asse percettivo, lungo la scalinata, si erge su un alto piedistallo baroccheggiante un piccolo Cristo in marmo di memoria michelangiolesca.
Quindi la scala sale lentamente verso il piano superiore con un tappeto di gradini rossi e bianchi avvolti dalla chiarità degli stucchi.
Da una parete viene fuori una Madonna con Bambino. Dipinto che tardivamente rimodula la vulgata di Leonardo. Più in alto è un altro loggiato ad archi che guarda, di là dalla balaustra, nel cortile sottostante e spazia nell’azzurro del cielo. Addossato all’esedra di fondo è una conchiglia con puttino e drago, dalle cui fauci esce un rivolo scintillante d’acqua. Due bocche di pietra, ai lati dell’ingresso alle sale principesche, sentono ancora l’acre fumo dei torcieri spenti.
 
I saloni
Quindi è il grandioso vestibolo, già sala delle armi, affrescato con decori architetturali di interni ed esterni, paesaggi primaverili, vasi di pianti e fiori, finestre su giardini irreali, illusioni prospettiche di un arcadia salottiera, la quale ama perdersi nel gioco del trompe l’oeil, che coinvolge le pareti e la volta a botte.
Scenografia di grazia veneziana cui si accompagna l’ornamentazione delle sovrapporte con suggestive vedute, rovine e bouquets fiamminghi.
Il pavimento era una volta in mattonelle di ceramica: prato di germogli, frequentato da ninfe e principesse.
Segue un secondo vestibolo, detto Sala Gialla, da cui si squaderna la fuga delle stanze. Il soffitto settecentesco subisce agli inizi degli anni Trenta un pesante tinteggiamento. Le sovrapporte rivisitano ruderi greco-romani della Sicilia.
Un doppio paesaggio di un seguace di Jacob Philipp Hackert rivela l’ideale di natura del neoclassicismo.
Ai muri sono diversi dipinti di artisti contemporanei, significanti il rinnovamento culturale.
È di Renato Guttuso un Paesaggio del 1986, che rivela nella composizione realista intrisa di verdi e ocra magmatici, un felice momento del maestro; un altro Paesaggio del 1959 è firmato da Lia Pasqualino Noto, enigmatico per i verdi densi e fondi.
I restanti autori sono Renato Tosini, Gianbecchina e Beppe Vesco.
La Sala Verde scintilla di una preziosa consolle e di una vertiginosa specchiera rinchiusa dentro la grafia dorata della cornice.
Dal soffitto, fremente di geroglifici settecenteschi, scende un bianco lampadario di Murano che rischiara i ritratti del duca e della duchessa di Malvica e le sovrapporte: due paesaggi e le stagioni: primavera, estate e autunno. L’inverno si trova nella Sala Rossa. Le quattro tele sono attribuite da Maria Accascina a Elia Interguglielmi, pittore fra i più rappresentativi del meridione d’Italia tra fine Settecento e inizio Ottocento. Napoletano di nascita, d’adozione palermitano. Negli affreschi e nelle tele che decorano i palazzi nobiliari egli profonde il capriccio francese, ironicamente à la grècque, eroticamente alla Boucher.
Sofisticato linguaggio che seduce per l’armonia e la blandizia dei soggetti. Le sue allegorie riempiono salotti, sale conviviali e saloni di festa con eleganza: tenere nella composizione che fonde il verde e il celeste dei paesaggi con l’incarnato dei corpi. L’attribuzione, non confortata da documenti, è ragionevole data la qualità dei dipinti, che trovano indiretto riscontro in molte opere siciliane. Non possono dirsi dell’Interguglielmi il barone e la baronessa di Malvica, che guardano dall’alto delle pareti della sala il cui soffitto è infiorato di racemi dorati.
Diversi dipinti e sculture di fine Ottocento e inizio Novecento impreziosiscono l’ambiente.
Sono di Ettore De Maria Bergler i quadri Donna con brocca e Donna alla fontana, evocativi del tardo realismo e del decoro liberty. A Giacomo Marchiolo si deve Golfo di Palermo visto da Sant’Erasmo, limpido nel vedutismo; a C. Buscemi Paesaggio, timbricamente caldo nella visione; a Salvatore Marchesi Chiostro di San Giovanni degli Eremiti, ridondante di mediterraneità floreale. Altri pittori presenti sono: Salvatore Maddalena, Mario Mirabella e Michele Mirabella. Dello scultore Mario Rutelli – che sul teatro Politeama colloca la grandiosa quadriga pronta a volare sulle nuvole – è un realistico ritratto di vecchio in bronzo.
Accogliente e calda è la Sala rossa, dal cui plafond scende un lampadario di Murano che illumina l’ambiente e le sovrapporta di un verde ceruleo, firmate da Interguglielmi. Allegorie sospese in una spazialità elegiaca simboleggianti il buon governo. La Concordia è indicata dalla cornucopia e dal caduceo; la Pace dal ramoscello d’ulivo; la Prudenza dal serpente e dallo specchio; la Temperanza dal morso e dalle briglie. Immagini neoplatoniche, che la pittura neoclassica ripropone come modelli di vita.
Sanno di brume serali i monocromi collocati alla base dei ritratti del duca e della duchessa di Reitano. Opere encomiastiche di un buon artista che mira a fondere la pomposità tardo barocca degli abiti e la linearità settecentesca delle figure. Si rapportano al linguaggio di fine Ottocento e inizio Novecento i dipinti di Giustino Pollaci e Luigi Di Giovanni. Delle tre sculture esposte incuriosisce Nudo di donna con serpente attribuita a Mario Rutelli, liberty nello stile, compositivamente sensuale.
Severa la Sala Sciascia, dove si riunisce la Giunta. Raccoglie, fior da fiore, tele di Maria Giarrizzo, Ida Nasini Campanella, Renato Guttuso, Pippo Rizzo, Michele Dixit, Salvatore Mirabella, Lia Pasqualino Noto, Rocco Lentini, Umberto Valentino, Laurenzio Laurenzi, Mario Folisi, Eustachio Catalano. Significative alcune opere che mettono in luce i fermenti ideativi dei pittori e i rapporti dialettici con il simbolismo di Boecklin, il futurismo, il novecento e la scuola romana. Assorto nella geometria della ragione è il ritratto in bronzo dell’autore del Consiglio d’Egitto, Leonardo Sciascia, realizzato da Mario Pecoraino.
 
La sala Martorana
È il trionfo dell’ultimo barocco, la sala degli specchi o delle feste o del Martorana. Tripudio di sacro e profano, che si riflette nella luce ambigua dei quindici specchi che, come paraste, si slanciano verso il soffitto coronati da ovali dipinti.
Volume pervaso di melodie sinfoniche, di serici fruscii e di passi danzanti sul pavimento maiolicato che ancora rifulge, in piccole parti, della sontuosità decorativa siciliana, con larghi intrecci di gialli, bianchi e verdi. Benché la sala sia stata a lungo sede del Consiglio provinciale conserva il fascino impressogli dal suo artefice, Gioacchino Martorana, pittore dell’aristocrazia, che fonde nelle sue composizioni lo splendore del Seicento e la civetteria del rococò. L’artista nasce a Palermo nel 1735 rivelando presto il suo genio: «a sette anni disegnava così bene da recare meraviglia e a quattordici fu pittore completo», secondo l’affermazione di A. Gallo.
Si perfeziona a Roma alla scuola di Benefial e Vasi ed entra in contatto non solo con l’ambiente del Conca, ma anche con i pittori francesi che influenzano persino Napoli e Caserta.
A Roma soggiorna per oltre un decennio prima di trasferirsi nella città natale, dove si afferma divenendo protagonista della decorazione di chiese e palazzi. Non manca in lui l’acutezza analitica del secolo dei lumi, evidente nei ritratti dei principi e nell’autoritratto soffuso di ironia. Preferisce però l’ornamentazione aulica quando affresca i palazzi dei Bordonaro, Natoli, Costantino, del marchese di Santa Margherita e del principe di Butera. Riesce a coniugare la raffinatezza parigina con la robustezza siciliana. Ne è esempio il salone di palazzo Comitini con le boiseries dorate, le sovrapporte e i sovraspecchi che danno vita a una scena avvolgente, gioiosa, carnale, dolcemente evasiva.
Pittoresca la scenografia dentro la quale la mondanità si ammanta di filosofia e di spirito religioso senza rinunziare al godimento dei sensi.
Segnata da una cornice ovale è la volta: cielo rosato nel quale vola la Verità, assisa su un carro trainato da amorini. Sontuoso lo stuolo degli angeli che proclamano con trombe e cartigli che il «vero piacer trionfa» e ancora che «delle torbide voglie la stragge al vero piacer forma il trionfo».
Concettuoso discorso, pretestuosamente eudemonistico anziché edonistico, che disquisisce in immagini del sentire mentale e del sentimento morale. Ridondanza di acutezze che mirano al raggiungimento di serenità e saggezza, religiosità e verità, mentre forse tentano di nascondere miserie e vizi.
Gioacchino Martorana comprende le istanze della committenza, ma non trascura la ragione dell’arte che è poetica, dando alla struttura decorativa, di là dall’ermetismo filosofico, il piacere del vivere nel turbinio di corpi seminudi che nuotano in un paradiso di luce erotica.
Ai quattro angoli il pittore pone le virtù sedute sulle nubi, ridondanti di femminilità. Avvolta di rosso e sicura come Minerva è la Fortezza con elmo e scudo; domina e frena l’altezzosità con morso e briglie la Temperanza; vestita di manto dorato è la Prudenza, che tiene in mano uno specchio; splende di turchese la Giustizia con bilancia e spada.
Raccordano gli ovali delle virtù diversi decori tendenti al monocromo: costituiscono una fascia lattea che divide la parte alta del soffitto e le pareti della sala.
Illuminato da una monumentale coppia di lampadari di Murano, il salone delle feste mostra quindici piccoli sovraspecchi, raffiguranti paesaggi fantastici e lunari, capricci con rovine, busti clipeati di imperatori, alcuni dei quali monocromi, firmati, in genere, dalla cerchia del Martorana e dodici sovrapporte di ispirazione biblica e mitologica. Dipinti, questi ultimi, del Seicento, riadattati agli spazi settecenteschi, prodotti dalla bottega di Pietro Novelli, Alonzo Rodriquez, Mattia Preti, Regnier Nicolas, Mattia Stomer, Massimo Stanzione e da anonimi italiani e fiamminghi.
Non mancano di una certa tensione pittorica che li fa essere espressione di un linguaggio carico di enigmatica verità formale.
Sovrasta lo scenario festante l’altera figura di Michele Gravina y Cruillas, principe di Comitini, che nel 1770 affida la struttura decorativa del palazzo al Martorana, probabile autore del ritratto, in cui è evidente la maniera vandyckiana e batoniana.
 
Le stanze segrete
Tornando indietro, sulla destra della sala gialla, si trovano gli appartamenti privati. C’è profumo di cipria nei due boudoirs adiacenti la camera da letto.
Lontani da occhi indiscreti, custodiscono intimità ed emozioni espresse dall’eleganza dei decori, dai ritmi sinuosi di tralci, foglie e fiori di stucco, dai grappoli, una volta di maioliche francesi e ora di ceramiche moderne, incastonati nella boiserie.
Due nidi, gabbie dorate, che ovattano i bisbigli e riflettono nella magia degli ovali minuscoli paradisi: cieli rosa e orizzonti d’ocra, mare ceruleo e verdi prati, alberi al vento e cinguettanti uccelli. Inno alla vita che palpita di sensi onirici e di eros. Ricordano per un istante Versailles e Chantilly, l’incantesimo di Fragonard, la Parigi rococò, questi boudoirs settecenteschi che il Novecento riadatta alle esigenze del potere ammmistrativo.
Sulle mensole vi erano statuine in argento e avorio: immagini delle stagioni, di Cupido e Venere, che gli specchi di Murano moltiplicavano all’ infinito.
Grandiosa nella scenografia rococò è la camera da letto dei principi, attualmente studio del presidente della Provincia.
Cubiculum di una intimità teatrale, che alla curiosità delle duchesse in visita ostenta l’eleganza segreta di un’alcova adagiata su un prato di maioliche.
Il decoro in oro e verde tenero dalle pareti sale alla volta avvolgendo di intelletto creativo le sovrapporte dipinte, i cui temi sono morali e religiosi.
Allo sguardo del principe e della principessa distesi sulle trine si offre la visione del mondo nelle pitture. Porti e marine, velieri al chiar di luna e nella tempesta, capricci e rovine classiche costituiscono l’immaginario poetico che sa di struggente bellezza e di fuga nel sogno.
Parlano con il timbro tenebroso dei caravaggeschi e con la gravitas dei secenteschi seguaci di Cavallino, Mattia Preti e Bassano, la Natività, Gesù e la Samaritana, la Decollazione di Giovanni Battista, Loth che lascia Sodoma e poi la serie dei dipinti di genere, soffusi di mistero e maculati di sangue.
Esperimenta le vertigini di eros e tanatos la camera dei principi, nel connubio di voluttuosità e di visionarietà.
Completano il percorso tre stanze: la segreteria della Presidenza, la Sala del caminetto e il Giardino d’inverno.
La segreteria della Presidenza, semplice nell’arredo, annovera alcuni dipinti, dove è inscritta la ragione dubbiosa di artisti contemporanei come Gigi Martorelli e Salvatore Provino.
Nella sala del caminetto, ora intitolata a Salvo D’Acquisto, sono raccolte opere di pittori quali Bruno Caruso, Mario Delitala e Saverio Terruso.
Il giardino d’inverno, profumato di verdeggianti piante carnali, custodisce un composto plafond a cassettoni, un lampadario vagamente liberty e mobili in stile. Decorano le pareti alcuni quadri del Novecento, firmati da Piera Lombardo, Domenico De Vanna e Giovanni Filippone.
Scrigno di bellezza che riporta alla memoria gli interni del Gattopardo, con gli scaloni baroccheggianti e i pavimenti maiolicati, gli affreschi e le tele alle pareti, la lussuria dei sofà e la preziosità dei mobili, i saloni damascati e la sala da ballo, fulgenti di dei e semidei, è Palazzo Comitini. Per un secolo e mezzo dimora aristocratica dei principi Gravina, oggi sede del Governo della Provincia.
Di là dagli eventi altalenanti che ne contrassegnano la storia resta dipinto e scolpito sui muri l’imperativo «Spero». Eredità luminosa destinata alla coscienza contemporanea.
 

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